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Dal profondo

Dal profondo - Valentina Pedicini - di Vincenzo Maggiore

Non tutto ciò che è lontano dalla luce del sole richiama l’attenzione dell’uomo comune, anzi, a volte il “buio” che avvolge alcune storie è la scusa per giustificare la superficialità con cui vengono ignorate. Eppure sotto terra, a circa cinquecento metri dal livello del mare, qualcosa si muove. A ritmo incessante, sottoposti a stress fisico e mentale, in una condizione alienante, i minatori di Nuraxi Figus, Sardegna, continuano imperterriti il lavoro per cui sono nati. Non si tratta solo una forma di sostentamento destinato, prima o poi, a cessare, ma una vera e propria missione, una tradizione che si tramanda di padre in figlio, un modo di vivere e di essere differente da quello di chi trascorre le sue giornate in superficie. Se n’è accorta Valentina Zucco Pedicini, giovane e brava regista nata a Brindisi che ha fortemente voluto accendere i riflettori su una realtà permeata e avvolta dal buio. Così, ha realizzato “Dal profondo”, un film documentario guidato da uno sguardo attento volto a cogliere i risvolti più inaspettati di una vita “altra”, perché sotto terra, più che alla luce del sole, nulla può essere dato per scontato.

“Come spesso accade, sono le storie che cercano i registi e non il contrario – racconta la Pedicini – Ero impegnata a fare delle ricerche sulle miniere abbandonate e durante un sopralluogo in Sardegna ho scoperto l’esistenza dell’unica ancora aperta sul territorio nazionale. Un’altra particolarità è rappresentata dalla presenza di Patrizia, l’unica minatrice donna in Italia e probabilmente in Europa. Con lei sono scesa in miniera e ho capito di avere davanti a me una bellissima storia da raccontare oltre che una sfida professionale da vincere. Ne è scaturito un lavoro di scrittura lungo tre anni, di cui la metà trascorsi al fianco dei minatori. Mi sono sentita una privilegiata, come se avessi girato un film sulla luna o negli abissi”.

Una pellicola, quindi, realizzata interamente nell’oscurità, così come si svolge più della metà della vita di questi uomini. “Lavorano in una condizione ambientale completamente diversa rispetto a quella in cui vive la gente comune – continua Valentina – A cinquecento metri sotto terra, il corpo pesa circa il doppio rispetto a quanto pesa in superficie. Ci sono gallerie chilometriche da attraversare a piedi, c’è la zona in cui viene estratto il carbone, operazione tra le più pericolose e affascinanti che abbia mai visto. Ci sono anche una organizzazione lavorativa, un sistema valoriale e un senso di identità che fanno dei minatori uomini diversi, conviventi costanti con i pericoli, privi di luce, orizzonti e cambiamenti stagionali”. Le condizioni fisiche e psicologiche rendono i protagonisti di questa avventura molto forti sotto terra, ma allo stesso tempo inadatti al mondo esterno. “Chi indossa la tuta da lavoro, il casco, gli scarponi e il respiratore perde immediatamente qualsiasi tipo di connotazione, non è più un uomo, ma solo un minatore consapevole (almeno fino a un po’ di tempo fa) dell’importanza del suo ruolo”.

La nota rosa della pellicola della regista è quella rappresentata dalla figura di Patrizia, il vero filtro delle telecamera e, paradossalmente, figura centrale in un mondo lavorativo a pieno appannaggio maschile; la metafora è quella dei grilli, unici animali che condividono con i minatori gli spazi della miniera.

Dopo il viaggio sotto terra, è giunto il momento per Valentina Pedicini di tornare a casa, a Brindisi. Lo farà con un cortometraggio e un linguaggio diverso, ma nuovamente in quella terra che, oltre a darle i natali, ha ispirato una sua importante opera: Marlboro City.