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Il museo che non c’è

Il museo che non c'è

Difficile trovare i “doni” che Brindisi offre quando questi si trovano sparpagliati per tutta la città. E spesso rischiano anche di finire nel mirino dei vandali. Come è già successo. È proprio quello che accade alla cosiddette “opere del due per cento”, vale a dire quelle “incastonate” sulle facciate, negli atri o negli auditorium di edifici pubblici e realizzate grazie ad una legge che favoriva, con degli sgravi, la realizzazione di opere d’arte. Proprio per cominciare a puntare l’attenzione su questi lavori, gli Amici dei Musei, in collaborazione col Cracc, spinoff dell’Università del Salento, e col professor Massimo Guastella, hanno messo insieme una mostra chiamata “Il museo che non c’è”, rimasta in esposizione al Map per qualche tempo ed ora passata nell’atrio del liceo “Palumbo”.

Professore, cos’è il Museo che non c’è?
“È una mostra di documentazioni fotografiche che illustra, con dieci immagini, una serie di opere d’arte incastonate in edifici pubblici e legate alla cosiddetta “legge del 2 per cento”, che consentiva e consente, di riportare il 2 per cento del fatturato globale per la realizzazione di opere d’arte. Questo ha creato una notevole produzione artistica che, però, spesso non è conosciuta”.

Anche a Brindisi?
“Nella nostra città c’è un cospicuo numero di queste opere. Si tratta di sculture, mosaici, ceramiche, rilievi bronzei o cementizi e pitture di artisti internazionali, come Amerigo Tot, italiani di grande notorietà quale il siciliano Enzo Assenza, il laziale Franco Miele, i salentini pugliesi Aldo Calò e Gaetano Spedicato, e alcuni di origine brindisina come Antonio Pinto, direttore dell’Istituto d’arte di Monopoli, Roberto Manni vissuto tra San Pancrazio e Venezia, Nino De Gennaro.

Questo patrimonio è in qualche modo valorizzato?
“No. Sarebbe importante, innanzitutto, rendere note queste opere. Per questo auspico che ci si trovino le risorse economiche per pubblicare un catalogo che sarebbe utile ad evitare possibili scempi. Alcuni palazzi, infatti, potrebbero essere dismessi. E questo vorrebbe dire perdere delle opere d’arte in alcuni casi importantissime”.