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Teen mom a Brindisi. La storia di F.

26 marzo 2013

Nei primi giorni di primavera, tra il sole e l’odore dell’erba appena tagliata, nel giardino della scuola si parla tra compagne di classe delle aspettive per la prossima estate. Spensierate, allegre e rassegnate a una ricreazione troppo breve, un ricordo doloroso inasprisce una mattina così soleggiata. Si è parlato di sesso nell’ora precedente, di aborto, di contraccettivi.

F. racconta la sua scorsa estate con gli occhi ancora assonnati in un lunedì troppo caldo per passarlo in classe. “Se vuoi portare avanti la tua gravidanza, fai le valigie e vai via” racconta distogliendo lo sguardo. Parla di una madre troppo spaventata dalla crescita di una ragazzina appena diciassettenne. Della sua ragazzina.

Al giorno d’oggi la percentuale delle gravidanze indesiderate durante l’adolescenza è direttamente proporzionale alla crescita tecnologica che caratterizza questo secolo. Come può essere possibile una disattenzione tale? E soprattutto si tratta di disattenzione? F. ha parlato senza censure: nessuno potrebbe pensare di portare avanti una gravidanza, eppure – afferma – ci si ritrova spesso con un inquietante test di gravidanza tra le mani senza nemmeno capire cosa fare. E poi – continua – si sceglie sempre la via più breve, raschiando via il problema.

Raschiandolo via proprio come si fa in quegli studi ginecologici freddi e sterili e troppo grandi per una ragazzina che di grande ha solo il coraggio di essere lì. F. racconta la difficoltà di una scelta così cruda ma – racconta commossa – non avrei permesso di far pagare a mio figlio le conseguenze dei miei errori. F. parla di un segno indelebile, come quello che ha nei modi di fare, nei modi di toccarsi il ventre quando è in difficoltà, come quello che ha negli occhi quando quelli che lei chiama “moralisti” parlano di quanto sia crudele un aborto.

Confessa di sentirsi vuota ma sollevata allo stesso tempo per essersi permessa di crescere ancora, per essersi garantita la vita di ogni teenager. Dopo una veloce e timida domanda di una compagna sul suo stato emotivo, F. conclude fermamente facendo presente il fuclro sul quale ruotano le sue giornate: quell’embrione, quel piccolo embrione che forse era già una persona oppure no, oppure un semplice miscuglio chimico senza impulsi nervosi che non ha mai conosciuto sé stesso.

Forse non era una vita – dice – ma quello era mio figlio strappatomi via in una afosa mattina di agosto.

di Alessia Sciarra – Liceo Scienze umane e linguistico “Palumbo” (Brindisi)

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