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Brindisi hip hop story

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Erano gli anni ’90 quando il movimento culturale hip hop varcò le soglie dei confini americani per espandersi in tutto il resto del mondo. I block party, il writing e la musica, nati nei quartieri newyorkesi come espressione di una subcultura mista, in circa un decennio diventarono vere e proprie declinazioni di quella stessa cultura urbana che ancora oggi genera fenomeni sociali e commerciali di massa, legati al mondo della musica, della danza, dello stile e del design.

Ma già dieci anni prima, negli anni ’80, l’avanguardia di questo movimento culturale e sociale aveva contaminato alcune grandi città europee. In Italia, il primato investì in pieno Brindisi accanto ai grandi centri come Roma, Milano e Torino, naturalmente predisposti ad accogliere nuove espressioni sociali. “Il seme di questa cultura venne piantato a Brindisi negli anni ’80 quando alcuni ragazzi che vivevano fuori dall’Italia, in Francia, una volta rientrati, raccontarono quello che accadeva nelle periferie urbane francesi. Questa espressione di cultura di strada ha attecchito molto in città, in contemporanea con il resto delle grandi capitali mondiali”. A raccontarlo è Vito Vinicolo (all’anagrafe Vito Morano), uno dei protagonisti dell’arrivo e dello sviluppo della cultura hip hop locale. L’influenza francese diventò così un riferimento culturale in versione più pratica che teorica: a Brindisi si leggevano pochi libri ma si faceva molta pratica, il francese contaminò anche il linguaggio tecnico.

Rap, djing, writing e breaking: tra le quattro arti fu proprio quest’ultima ad avere maggiore presa sul movimento cittadino. Come spiega Vito: “L’arte che incuriosiva di più i ragazzi brindisini era il breaking che portò la città ad avere un altro primato nazionale, negli anni ’90, quando i nostri breaker raggiunsero una certa fama e si confrontarono anche con alcuni dei più importanti esponenti nazionali come Next One e Crash Kid. Il rap arrivò un po’ dopo e, a seguire, djing e graffiti”.

Il vivaio del movimento hip hop brindisino, in un primo momento, fu il centro sociale di via Santa Chiara e importante punto di riferimento fu proprio la sua radio. È qui che le prime crew riuscirono a conquistare uno spazio dove potersi incontrare e provare. “Il primo gruppo rap di controcultura, con band a seguito – racconta Vito – fu la Bud condition posse, composto da nove elementi, ognuno con la sua esperienza. Da lì in poi ne sono nati tanti altri”.

Nella Brindisi degli anni ’80 e ’90 i semi della cultura hip hop attecchirono anche per il contesto culturale cittadino. L’hip hop è espressione della realtà quotidiana, è pregno di temi sociali. “Il contesto americano non era particolarmente pacato – spiega Vito – e l’hip hop è diventato un mezzo di espressione per le persone che lo vivevano. A Brindisi non avevamo i ghetti o i gangster statunitensi ma anche noi ci siamo trovati a voler comunicare i disagi che vivevamo”.

A distanza di quasi trent’anni, i frutti di quella controcultura oggi sempre più popolare, si vedono. La storia dell’hip hop brindisino è ricca di sfaccettature, aneddoti e fatti mai raccontati ai più e non basta un articolo per riassumerla. Guardandosi intorno si possono leggere i nuovi capitoli di un libro non scritto. Brindisi è madre di grandi talenti internazionali che hanno scelto di lasciare la propria terra per continuare a esprimersi al meglio nel resto del mondo e ciò non sarebbe accaduto se un gruppo di ragazzi non avesse colto e abbracciato una cultura nuova. Oggi, la tradizione del breaking viene portata avanti con orgoglio, i block party continuano a suonare, le arti grafiche risplendono. E tutto questo non è un caso.