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Casa nostra (senza “cosa nostra”)

Casa nostra di Maura Cesaria

Fuori dalla antiche mura e dalle vie del centro storico di Brindisi, le strade di “chianche” cedono il passo all’asfalto e le abitazioni di pochi piani si alternano ai palazzi a forma di alveare. Siamo in periferia, lontano dal porto e dalle piazze più famose, e all’epicentro di una delle vicende che da anni scatena rabbia e vergogna: l’emergenza abitativa. Più che un problema un rebus irrisolvibile con gli alloggi popolari insufficienti, le graduatorie lente e inceppate dalla burocrazia e, talvolta, con i legittimi assegnatari che si rifiutano di abitare una casa lasciandola vuota e “libera” per gli occupanti abusivi.

La questione a Brindisi è contorta e angusta come nel resto d’Italia dove già da alcuni anni movimenti e comitati a supporto di chi è rimasto senza una casa hanno dato il via a iniziative a favore del diritto all’abitare. Gruppi di attivisti con esperienza nel settore abitativo come il “Coordinamento cittadino lotta per la casa”, i “Movimenti per il diritto dell’abitare” o “#Occupysfitto”, affrontano l’emergenza lavorando insieme ai cittadini in difficoltà, offrendo opportunità, informando, chiarendo dubbi. Il motto è “In tempi di crisi non è più tollerabile avere persone senza case e case senza persone”. Questa idea accomuna molte delle iniziative italiane ai più importanti movimenti internazionali in difesa del diritto alla casa, sopperendo alle carenze delle istituzioni.

In città ancora non intervengono i movimenti attivisti e si fa tutto con le proprie mani. Così, dopo che alcuni cittadini sfrattati hanno deciso di accamparsi nella propria auto sotto la sede del Comune, il problema è ritornato all’attenzione. Un presidio coraggioso e turbolento che è durato per giorni e che ha portato come risultato l’autotassazione di un gruppo di amministratori comunali a supporto delle spese di affitto di alcune famiglie ma anche allo smantellamento del personale dell’Ufficio casa del Comune. Per migliorare la situazione abitativa in città, naturalmente, non è bastato il gesto solidale degli amministratori.

Le domande cruciali rimangono le stesse da anni: a chi si può assegnare una casa e come fare per averla? C’è chi risponde occupando illegalmente abitazioni altrui e chi prova a seguire il lungo e intricato iter burocratico. Negli alveari di periferia troviamo famiglie esasperate, giovani coppie con figli a carico, anziani, lavoratori in nero o disabili. Tra le case popolari il disagio sociale è tangibile e, con il passare degli anni, anche quello abitativo diventa sempre più allarmante. In tutta la regione, nel 2014, sono state presentate oltre 50 mila domande di contributo per i fitti e 25 mila richieste di alloggio pubblico, e a questo si somma il dramma delle 3 mila istanze di sfratto che ogni anno emettono i tribunali (dati Cgil e Sunia Puglia 2015).

Quello che si sente nell’aria quando si parla del problema abitativo puzza di disinformazione, rabbia e malaffare. E troppo spesso, per venirne a capo, ci si ritrova a dover scegliere fra “casa nostra” o “cosa nostra”.

Un disagio abitativo allarmante, oltre 50 mila domande di contributo per i fitti e 25 mila richieste di alloggio pubblico. A questo si somma il dramma delle 3 mila istanze di sfratto che ogni anno emettono i tribunali. È quanto denunciano Cgil e Sunia Puglia, richiamando la Regione e i Comuni a intervenire con urgenza. A preoccupare sono soprattutto gli sfratti. La crescente recessione, la crisi dei redditi, l’aumento del numero di cassintegrati e licenziati, fa salire il numero di chi si ritrova a non poter più pagare l’affitto. Nel 2014 sono stati 3.056 i provvedimenti di sfratto per morosità, su un totale di 3.283. La provincia dove si registra il maggior numero è Bari (1.359), seguono Barletta, Andria e Trani (550), Taranto (494), Foggia (489), Lecce (295) e Brindisi (96). Negli ultimi tre anni i provvedimenti di sfratto per morosità sono stati il 90 per cento del totale. Le richieste di esecuzione sono state 2.356, quelle eseguite 779.