close

Essere Non Giovanni

Giovanni Santese è Non Giovanni, cantautore pugliese che, come recita il titolo del suo album di esordio, non solo “Ha deciso di restare in Italia” ma anche di ritornare a vivere al Sud, a Grottaglie. Dal palco del primo maggio tarantino, alle web radio, fino ai piccoli locali: Non Giovanni è un servitore della canzone d’autore italiana che dà spazio alla sperimentazione elettronica, alla ricerca linguistica, all’ironia e al racconto delle belle storie quotidiane. Nel suo primo singolo, “Io sarò famoso”, parla della sua somiglianza a personaggi celebri, della fame di notorietà e della sua personale ricetta per venirne a capo.

Che idea c’è dietro “Ho deciso di restare in Italia”?
È la fotografia di un ritorno a casa e delle sensazioni che può vivere un trentenne alle prese con la ricerca di una sistemazione in questo mondo. I brani sono stati scritti quando sono ritornato a vivere a Grottaglie da Bologna, avevo molto tempo, non lavoravo e le tracce sono uscite fuori di getto.

Come molti della tua generazione sei andato via. Come mai hai deciso di ritornare?
Sono contento di essere tornato, non starei in nessun altro posto adesso se non qui o all’estero. Quando ero andato via alla fine del liceo volevo vivere la vita appieno. Da un paese di provincia, Grottaglie, sono andato in Piemonte, poi a Roma, dove ho studiato filosofia, infine a Bologna. Il motto che mi do è sempre stato quello che paradossalmente, in un luogo in cui non c’è niente, se fai una cosa ma la fai bene ottieni molta più soddisfazione.

Quando hai iniziato a prendere sul serio il lavoro di musicista?
Ho iniziato proprio a casa, un luogo di amore e odio: riconosci che vieni da qui e non puoi fare a meno di ammettere di amarlo e poi ti rendi conto che è anche la tua dannazione. Anche la bellezza dei luoghi, come le sirene, ti attira e poi ti uccide.

Com’è il mercato musicale locale?
Non c’è un’attenzione verso il nuovo, la macchina economica dei locali è foraggiata dalle cover band, una piaga che peggiora la situazione. Ma se cominci a girare il seguito te lo crei. Quando suono a Grottaglie sperimento la bellezza di vedere un pubblico affezionato che mi viene a sentire e che riempie i locali. La mia esperienza dice che se ti fai vedere in giro, qualcosa lo ottieni.

Cosa manca alla realtà musicale della Puglia?
Non ci possiamo lamentare, di vena artistica e poetica ce n’è tanta. La vera differenza è la presenza di posti che fanno da contenitore, luoghi dove si creino dei circuiti di produzione anche economica. Ci sono molti artisti ma non un progetto di continuità né punti di riferimento. Anche se in questi anni Puglia Sound ha fatto parecchio e anche io ne ho beneficiato. Oggi è difficile immaginare una migrazione al contrario, nessuno si trasferisce a Bari per fare fortuna.

Chi fa parte del progetto?
Il progetto si è avviato quando ho conosciuto Giacomo Abatematteo, il batterista. Mancava l’elemento elettronico che ho trovato in Franz Lenti con il quale ho arrangiato il disco. Il bassista è Alessandro Favale. Una volta trovato il sound insieme al direttore artistico Amerigo Verardi, è stato veloce realizzare l’album registrato al Sudestudio, una realtà salentina bellissima che accoglie gruppi da tutta l’Europa.

Prossime date?
Siamo reduci da un tour nelle web radio delle università italiane. Dicembre, a parte una data in Calabria, è tutto pugliese. Da febbraio saremo in Toscana, Emilia e Piemonte.

In Italia si può vivere di musica?
Sì, si può vivere di musica se suoni ogni giorno per le strade o se sei disposto a fare una vita nomade, ti butti nel primo locale che trovi e suoni. Le vie di mezzo sono difficili.

Che regalo vorresti per Natale?
Vorrei tornare agli anni in cui i cantautori venivano presi dalla casa discografica Rca e messi in una sala a comporre finché non sfornavano il disco giusto. Se non lo sfornavano, facevano il secondo e poi il terzo e, in tutto questo, venivano stipendiati.