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Meno chiacchiere, più musica

20 febbraio 2014

Chi l’ha detto che la musica è roba da grandi? Tra le più moderne e affermate teorie dell’apprendimento ci sono quelle che insistono sull’importanza della musica in età neonatale.

Non si tratta del classico studio di uno strumento proposto (o imposto) dai genitori ai figli in tenera età; niente a che vedere con il desiderio malsano dei più esaltati di ritrovarsi in casa il nuovo Beethoven. Piuttosto si tratta di intervenire in una fase precedente della vita di un bambino, di avvicinarlo alla musica fin dalla nascita per sviluppare il senso della sintassi musicale, premessa indispensabile per trarre i massimi benefici dalla successiva istruzione formale.

Anche Brindisi e provincia si aprono ad una serie di laboratori finalizzati ad immergere i neonati in un contesto di stimoli sonori, segno evidente di una rinnovata attenzione da parte delle mamme e dei papà nei confronti dei propri figli.

“Quella della “musica in culla” (da zero a trentasei mesi di età) è una formula vincente che sta riscuotendo successo in un periodo orfano dei canti e delle melodie dell’infanzia che, fino a qualche anno fa, scandivano in maniera significativa le giornate vissute dai bambini-, racconta Alessandra Manti, esperta di didattica musicale. – Le attività in questione puntano sulla presenza dei genitori e sulla totale assenza del linguaggio verbale. Non ci sono commenti, non ci sono parole e testi nelle canzoni e nei canti ritmici. Soltanto melodie e movimenti liberi e fluenti spontaneamente ispirati”.

L’importante è non dimenticare che anche l’apprendimento è un gioco. Come diceva l’artista Bruno Munari, giocare è una cosa seria.