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Non chiamateli pub

24 settembre 2011

Sarebbe stato un controsenso se in una città di nome Brindisi fossero mancati i posti dove andare a bere il vino.

Fortunatamente, in una città che di controsensi ne ha tanti, questo manca all’appello. La nostra città, infatti, è piena di storie in cui il nettare di Bacco è il collante tra la gente che, come in un rituale neo-pagano , si riunisce attorno ad un bicchiere di vino per parlare del più e del meno.

Una tradizione persa per l’avvento dei pub, più vicini alla birra che alla malvasia, ma recuperata in epoca recente e come accade spesso rielaborata in chiave moderna. Lo ha fatto Cosimo Alfarano con Susumaniello, un locale che è una dichiarazione di intenti già nel nome, preso da un vitigno doc brindisino: “Susumaniello nasce proprio dove prima c’era una cantina – ha affermato Alfarano – . La funzione del vino è sempre la stessa: crea aggregazione e fa parlare. Adesso però è cambiato l’approccio: la gente va per bere ma preferisce la degustazione all’ “ubriacatura” “. La tendenza sembra quindi essere quella di puntare sulla qualità: ormai si servono solo vini locali doc, a conferma di un’enogastronomia brindisina sugli scudi.

Un’azienda simbolo di questa nuova visione è quella di Sergio Botrugno, che ha anch’egli “riscoperto” le vecchie “cantine” ormai da una decina d’anni. “La nostra prima era solo un’azienda che produceva vini – ha dichiarato Botrugno – . Da dieci anni, invece, manteniamo i vecchi ricordi di come un tempo fabbricavamo il vino ed allo stesso tempo invitiamo la clientela ad assaggiarlo alla nostra cantina”.

Insomma, un buon bicchiere di vino è, oltre che un piacere, un valido modo di reinterpretare il passato cittadino.

Ph. Arianna D’Accico