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Torno a casa in un boccone. Storie di strenne e stranieri in terra brindisina

28 dicembre 2013

Capita che a volte la vita decida di strapparti dalle braccia della tua terra madre. Capita che l’amore ti spinga ad abbandonare tutto ciò che avevi costruito fino a quel momento. Capita, che il miraggio di un futuro migliore ti faccia migrare verso un mondo nuovo, tutto rosa. Ma le radici, quelle non può spezzarle nessuno. E a Natale, per magia, il senso di appartenenza, i legami familiari e di comunità, si rafforzano indissolubilmente. Si nutrono di linfa nuova. Come radici, appunto.

La nostalgia di casa, degli affetti che porti nel cuore, la voglia di tornare, diventano irresistibili. Sono le tradizioni che tengono ancorati al passato. A casa di Alina, in campagna, come nella sua Romania, a Natale si sacrifica l’unico maiale che possono allevare. Una parte verrà utilizzata per i festeggiamenti e condivisa con la comunità, un’altra sarà trasformata in conserve. Dovrà sfamare la famiglia per il resto dell’anno.

Viktoryia è bielorussa, ma i suoi figli sono nati in Italia. Da lei si festeggiano sia il Natale cattolico, per i bambini, sia quello ortodosso, e il menu prevede sempre un intrigante meticciato gastronomico tra le due culture, in cui ai tortelli in brodo sia affiancano insalata russa e piatti a base di aringhe, caviale e panna acida .

Godfrey, invece, è del Kenya. E’ uno dei pochi cattolici nel suo paese. Per lui, a Natale, niente deve cambiare: tutto è addobbato con fiori coloratissimi, si mangia il nyama choma (un arrosto di capra), e lo si fa con le mani. Quando si lascia il cuore nella propria terra per andare lontano, solo il cibo rende possibile tornare a casa in un istante. In un pensiero. In un boccone.