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Tracce, il linguaggio dei sensi racconta lo straniero

3 agosto 2011

La grammatica con cui la regista Sara Bevilacqua ha voluto raccontare il mito di Dioniso non è fatta di sole parole. O almeno, questa volta il linguaggio verbale non ha preso il sopravvento su tutto il resto. Sono le suggestioni che comandano e fanno da congiunzione fra sensazioni, pezzi di storia e installazioni.

“Tracce, Viaggio sensoriale nel mito di Dioniso”, non poteva avere una cornice migliore dell’ex Convento delle Scuole Pie. Lo spazio, si mescola ai suoni e alle atmosfere per decriptare il messaggio che la regista ha voluto lanciare al pubblico.
Un messaggio fatto di spunti presi dal mito classico, che si mescolano ai più caldi temi di attualità riconducibili all’idea dello straniero, del profugo, del clandestino, dell’uomo senza terra.

Tracce, è come un tragitto iperbolico di emozioni, che canta il presente prescindendo dalla collocazione temporale perchè parla di uomini sempre esistiti e designati a un destino talvolta atroce. Quello di essere allontanati dalla propria terra, di dover ricostruire la propria identità, correndo il rischio di dover dimenticare per sempre le proprie radici.

Il percorso si sviluppa in nove tappe, riempendo di impressioni e fulminanti stati d’animo ognuna delle stanze dell’ex Convento. Nel percorso si sviscera, attraverso l’arte a tutto sesto, la doppia nascita dell’uomo, prima e dopo il viaggio che lo conduce ad una nuova vita.

Ricongiungendo i tasselli, Tracce ci mostra la storia di un mito che si bagna di sofferenza e passione ma non si arrende. Lo si capisce dal primo momento, quando l’oracolo ci conduce nella prima stanza: luci soffuse, inebrianti petali di fiori sparsi sul pavimento, candidi abiti di scena macchiati di sangue.

Si scopre subito che Dioniso è l’emblema dello straniero ma bisogna giungere fino all’epilogo per comprendere la forza e la sofferenza di questo personaggio. L’uomo ridotto come una bestia, costretto a combattere tra il bene e il male per poter sopravvivere, sembra non poter intravedere mai più uno spiraglio di luce.

Sarà solo la rinascita a dare una nuova speranza: nonostante tutto il male e le tribolazioni di ogni vita estirpata dalla proprio terra, vissuta come in trincea, la regista apre il sipario della sofferenza e lancia un messaggio positivo, motivandolo al pubblico. Lo racchiude in una frase che dice: “C’è splendore in ogni cosa”.